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Nuovo Articolo Come si è arrivati alla crisi attuale
Categorie in cui questo articolo è presente :   Economia e Politica            

17 Giugno 2015

La dislocazione in paesi con manodopera a buon mercato si è rivelata un boomerang economico. Solo in Italia si sono persi 2,6 milioni di posti di lavoro, mentre si è innescato un circolo vizioso, con l'erosione del potere di acquisto dei salari e la concentrazione di ricchezza nelle mani dei già ricchi.

Il punto è che la ristrutturazione industriale degli anni Settanta avrebbe potuto avere risultati non solo diversi, ma addirittura opposti, favorendo l'eguaglianza economica, piuttosto che la diseguaglianza. L'Occidente ha fatto tutte le scelte sbagliate, scambiandole per scorciatoie. Una volta arrivati al punto di saturazione del mercato ed al conseguente calo dei profitti industriali, le strade tra cui scegliere erano due: una, la più difficile ma duratura, passava per l'innovazione, l'investimento in nuove tecnologie e la produzione di articoli completamente nuovi. L'altra, che si rivelò una scorciatoia, era la delocalizzazione. La risposta più ovvia ed immediata è, ed è sempre stata, il taglio dei costi: quindi, la produzione venne trasferita in paesi dove la manodopera costava meno. Ad esempio, nel 2010, un operaio statunitense costava al mese 2.970 euro mentre uno cinese soltanto 296. A ciò bisognava aggiungere la disuguaglianza interna tra città e campagna, dove si era abituati a salari e standard di lavoro e sicurezza ancora più bassi.

La crescita degli investimenti all'estero fu costante ed in continua crescita. Ad esempio, in Francia nel 1980 riguardavano somme pari al 3,65 del Pil, che nel 2012 superarono il 57%. Per la Germania si parla rispettivamente del 4,7% e del 45,7%, per la Gran Bretagna del 14,8% e del 62,5% e per l'Italia dell'1,6% e del 28%. alcuni esperti hanno calcolato che una delocalizzazione così massiccia abbia portato ad una perdita di 5,9 milioni di posti di lavoro potenziali in Francia, di 7,3 in Germania e di 2,6 in Italia. Tra l'altro, quasi tutti i paesi che hanno fatto ricorso alla delocalizzazione sono stati scavalcati nelle classifiche internazionali, mentre il sistema di produzione ha acuito le contraddizioni dei paesi di destinazione (favorendo prima l'emigrazione interna e poi quella verso l'estero). Ne è un esempio la Germania che, pur delocalizzando, ha continuato ad investire nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie, portando avanti un'aggressiva politica industriale. E che, pur predicando l'austerity, ha un notevole welfare e commissioni paritetiche datori di lavoro-lavoratori nelle aziende previste dalla Costituzione.

Alla delocalizzazione è seguita l'automazione: all'inizio le macchine sono andate a sostituire le tute blu (che in parte si riciclarono nei servizi). Adesso i software sostituiscono i cosiddetti “colletti bianchi” e l'automazione procede a ritmo sempre più sostenuto. Una terza scelta sbagliata è stata la proliferazione incontrollata dei pacchetti finanziari: slegata dal denaro sonante, il capitale finanziario è diventato un fanta-denaro (nel 2007 valeva 240 trilioni di dollari, quattro volte l'intero Pil mondiale) che finiva per arricchire i già ricchi che potevano permettersi di giocare in borsa. Finché la bolla non scoppia.

Fonte:  Serena Marchini   
Tags in cui l'articolo è presente :    Crisi economica            
    
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