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Nuovo Articolo Le coppie tornano all'estero per la fecondazione eterologa, ma stavolta l'ASL rimborsa
Categorie in cui questo articolo è presente :   Sanità            

16 Maggio 2015

In Italia, benchè adesso sia permesso, la fecondazione eterologa non decolla, nonostante le promesse di avvio rapido del servizio, gli ospedali pubblici non si sono ancora adeguati. In tutto, nel nostro paese sono stati effettuati solo 100 interventi (di cui il 60% nel servizio pubblico). Così le coppie tornano ad effettuare i trattamenti altrove (principalmente in Spagna), con un'importante novità: saranno rimborsate dal sistema sanitario regionale. Tutto grazie ad una nuova norma europea ed alle nuove regole sulla circolazione dei pazienti all'interno dell'Unione Europea.

Dato che la sanità italiana è obbligata ad assicurare il trattamento (grazie alla sentenza della Corte di Cassazione che nell'aprile del 2014 ha cancellato il divieto di effettuare la fecondazione utilizzando gameti di una persona estranea alla coppia), si può richiedere il rimborso per gli interventi fatti all'estero. Infatti, nonostante sia trascorso un anno, le strutture pubbliche si sono mosse solo in un paio di regioni (Emilia-Romagna e Toscana) e solo in piccola scala, mentre nelle altre è ancora tutto  bloccato. Rimane il settore privato, ma non tutte le coppie possono permettersi un esborso di oltre 3500 euro, rispetto al ticket medio di 500 euro richiesto nelle strutture pubbliche. Così, forti della direttiva europea che consente ai cittadini UE di farsi curare in un altro stato a spese della propria ASL, nel caso che nel proprio paese le liste di attesa prevedano tempi troppo lunghi (oppure che le prestazioni siano meno assicurate). Esattamente il caso della fecondazione eterologa in Italia, sia nel pubblico che nel privato (anche qui i tempi di attesa sono molto lunghi).

Infatti, sono circa 5000 le coppie che potrebbero richiedere ogni anno l'eterologa (in passato ogni anno circa 8000 coppie andavano all'estero per il trattamento), in quanto offre maggiori probabilità di successo rispetto all'omologa (nel caso di una donna di 45 anni le possibilità di avere un figlio sono rispettivamente del 50% e dello 0-5%).

Al momento, la legge prevede un'età massima di 43 anni per le donne che vogliono effettuare il trattamento tramite il servizio pubblico e, anche se l'ASL respinge la domanda di rimborso, si può fare ricorso in autotutela, senza ricorrere ad un avvocato. I rimborsi saranno del 100% se ci si rivolge ad una struttura pubblica all'estero e dell'80% se la struttura è privata. Adesso, se le regioni non si sbrigheranno ad adeguarsi, saranno sempre di più i rimborsi da pagare a chi deciderà di rivolgersi all'estero.

Fonte:  Serena Marchini   
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