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Nuovo Articolo Le insidie di una scelta e la strada della fiducia
Categorie in cui questo articolo è presente :   Attualità    Cronaca    Cultura    Politica   

13 Maggio 2013

L'Italia, sebbene un turista poco attento possa simboleggiarla nella sua mente spaesata con questa appetitosa immagine, non è una tonda pizza fumante e la crisi non può essere paragonata ad un eccesso di mozzarella filante che rende il piatto difficilmente digeribile. Non è così semplice. Di conseguenza, l' “homo politicus” chiamato a risolvere gli attuali problemi non assomiglia ad uno chef che con maestria toglie il latticino di troppo e adagia sulla pietanza una foglia di basilico. 
Il discriminante che divide l’immagine dell’Italia da ciò che è realmente, è la presenza di una moltitudine di variabili che discendono da un’ intricata giungla di difficoltà di tipo amministrativo tra le quali, non ultima, quella della gestione di una crisi impellente da fronteggiare. 
Ogni scelta del politico provoca una cascata di conseguenze che, per loro intrinseca natura, non possono soddisfare la totalità dei consociati. E' chiaro che in un momento di crisi dove il debito pubblico supera i duemila miliardi di euro -difficilmente conciliabili con le richieste dei parametri di Maastricht che, invece, impongono agli stati le famose “finanze pubbliche sane”- qualunque scelta sarà feconda di sacrifici e si rivelerà impopolare ai più.
Per chiarire, il lettore può figurarsi l'immagine di una bilancia che possiede un migliaio di braccia. Il politico sceglie di alleggerirne uno per esercitare più peso su un altro, magari con la prospettiva di gravare di meno in futuro su altre tre braccia. Ma come riuscire a leggere le oscillazioni delle altre novecentonovantanove? Sono protagoniste le già citate variabili che rendono difficilmente intellegibile il risultato di ogni scelta.
Con questa forse iperbolica metafora si vuole rendere chiaro quale sia il coefficiente di difficoltà che caratterizza il compito di risanare la situazione italiana, ma non è mia intenzione giustificare in alcun modo l'immobilismo o la paralisi.
Il primo passo deve essere quello di prendere coscienza della gravità della questione e comprendere come l'attuale sistema non sia affatto sostenibile: 
-non è sostenibile ripagare i debiti in scadenza emettendo nuovi titoli con tassi di interesse sempre più alti; 
-non è sostenibile sfruttare le ultime risorse petrolifere senza progettare un futuro dove il fabbisogno energetico sarà assorbito da nuove fonti; 
-non è sostenibile possedere un modello pensionistico che, a partire dal dato demografico, è destinato inevitabilmente allo sfascio. 
E' evidente come la recessione di cui si parla non sia solamente finanziaria e legata alla spaventosa presenza dello spettro dei crediti tossici: questo è solo il solco di un enorme canyon che ci sta spaccando la terra sotto i piedi.
La crisi che si va profilando non possiede, dunque, solo le tipiche connotazioni economiche, ma si spinge oltre per assumere un aspetto totalizzante e spiccatamente sociale.
La gastronomica similitudine tra il nostro Stato e una pizza, ci aiuta a comprendere come non esista nessuna ricetta precisa in grado di farci superare l'inquietante impasse in cui ci troviamo. Mi posso limitare a suggerire, però, un principio generale in grado di instradare su una corretta via l'indirizzo delle future riforme: 
LA FIDUCIA.
La fiducia, è evidente, deve caratterizzare il legame dei cittadini e dei politici. 
La costituzione vieta il vincolo di mandato per permettere ad ogni membro del parlamento di svolgere le sue funzioni autonomamente e di scendere a compromessi con idee divergenti. E' chiaro allora quale sia l'importanza del voto: in cabina elettorale si affida la propria voce ad un altra persona che sarà libera di usarla senza dover rispondere all'elettore delle sue azioni. Questa impostazione si fonda sul principio della fiducia in maniera sostanziale, pertanto: “votare il meno peggio”, mina alla base il rapporto che deve instaurarsi tra le due parti.
Fiducia deve essere anche nutrita dagli azionisti verso le banche e dalle banche verso i consociati. Ciò che differenzia il mercato dei bund tedeschi da quello dei titoli di Stato italiani è appunto il timore di mancanza di garanzie che i BOT, i BTP e gli altri titoli italiani non possono assicurare. Il temibile Spread misura questa distanza e lo Stato italiano continua ad indebitarsi.
Non si può tacere come anche i comuni cittadini abbiano bisogno di meritare fiducia dagli istituti di credito. Il portentoso fenomeno del microcredito si è ormai evoluto oltre che in stati veramente poveri, anche negli USA, in America del Sud e in Asia. In Italia rimane ancora un concetto troppo estraneo forse per i troppi preconcetti radicati nella mentalità della gente che lo associa inevitabilmente alle condizioni delle popolazioni indigenti. Come se l'italiano medio voglia ragionare da ricco sprofondando verso la povertà anziché pensare da povero ed avanzare verso un futuro più prosperoso. Ma condizione essenziale del microcredito deve essere, appunto, la fiducia verso le potenzialità dell'uomo. In mancanza di lavoro serve la fantasia di crearsene uno nuovo, di aprire un impresa autonomamente e di mettersi in proprio. Tutto ciò è impossibile senza un accesso facilitato al credito.
La portata del principio della fiducia non si esaurisce a questi campi, basti pensare al beneficio che apporterebbe se usato come chiave di volta in relazioni come quelle instauratisi fra lavoratori e manager o fra sindacati e aziende.
La fiducia mette in relazione le persone, crea sinergie e permette di superare gli ostacoli. Di sicuro non si tratta della “ricetta” per uscire dalle acque pericolose in cui ci troviamo, ma potrebbe avere la presunzione di rappresentare l'ingrediente principale da cui partire.

Fonte:  Lorenzo Colonna   
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