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Nuovo Articolo Petrolio, mai a livelli così bassi
Categorie in cui questo articolo è presente :   Economia e Politica            

4 Marzo 2016

Il prezzo del petrolio ha toccato i livelli più bassi degli ultimi dodici anni: la causa principale è l'eccessiva produzione, da imputare soprattutto agli Stati Uniti e all'Arabia Saudita. Il punto è che, se ciò aiuta l'economia di alcuni Paesi, vi è anche un costo da pagare generale in termini sia economici che ambientali. Tutto inizia nel 2002, quando l'industria energetica comincia investire sempre più per ampliare la sua capacità produttiva e far fronte alla crescita economica mondiale e soprattutto della Cina.  Questo trend continua fino al 2012 e, a causa degli alti prezzi del petrolio, ai produttori tradizionali si sono aggiunte le aziende statunitensi dello share oil, cioè del greggio estratto dagli scisti bituminosi usando la tecnica della fratturazione idraulica e dei processi chimici: in questo modo si ottiene un olio sintetico non convenzionale ma sostitutivo del petrolio e si possono sfruttare giacimenti non economicamente sfruttabili in precedenza. Di conseguenza la produzione statunitense ha raggiunto i 9,6 milioni di barili e gli Stati Uniti sono diventati uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, tanto che nel dicembre 2015 il Congresso ha votato l'abrogazione del divieto (in vigore dal 1973 a seguito della crisi energetica del 1975) di esportare il petrolio statunitense.

Dal 2002 ad oggi il consumo di petrolio è aumentato in media ogni anno di un milione di barili al giorno, tuttavia i consumi mondiali non sono mai stati sufficienti ad assorbire tutta la produzione. Gli squilibri si sono accumulati tanto che nel 2015 le scorte di greggio immagazzinate sono aumentate drasticamente. Da un lato questo mette al riparo i Paesi consumatori dal rischio di interruzioni improvvise della forniture, dall'altro l'apprezzamento del dollaro sulle altre valute durante il 2015 ha contenuto la domanda di petrolio (i prezzi al barile sono espressi in dollari e più questa moneta è forte più il petrolio da acquistare è costoso). Ciò nonostante gli squilibri tra domanda ed offerta hanno provocato il crollo dei prezzi e l'OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries a cui aderiscono Iran, Kuwait, Iraq, Venezuela, Arabia Saudita e altri nove Stati esportatori di greggio) ha deciso di mantenere inalterata la produzione anche nel 2016: 31,5 milioni di barili al giorno.

Si tratta di una politica che mette in difficoltà le aziende statunitensi: quelle dello share oil, già fortemente indebitate, sono state praticamente assorbite da quelle tradizionali e nel 2015 ben 36 hanno fatto bancarotta. Il debito che il sistema bancario USA dovrà assorbire ammonta a 400 miliardi di dollari. Molte grandi aziende hanno ridotto il personale e i programmi di sviluppo, mentre altre, come l'ENI, hanno preferito mantenere l'organico e ridurre i dividendi. I bassi prezzi dell'oro nero comunque colpiscono anche l'OPEC (per raggiungere il pareggio di bilancio hanno bisogno che il petrolio superi i 60 dollari al barile) e molti paesi non produttori per il calo degli investimenti e lo shock borsistico. Resta il fatto che i bassi prezzi incentiveranno il consumo del petrolio (nonostante gli accordi di Parigi sul cambiamento climatico) e quindi si prevede che le scorte verranno esaurite nel 2017: a quel punto i prezzi ricominceranno a salire e in maniera consistente. Provocando squilibri di altro tipo.

Fonte:  Serena Marchini   
Tags in cui l'articolo è presente :    Estero    Energia    Petrolio      
    
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