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Nuovo Articolo Riscaldamento globale, quali sono le misure previste dai governi per i prossimi anni
Categorie in cui questo articolo è presente :   Ambiente            

19 Luglio 2015

La conferenza sul clima di Copenaghen nel 2009 finì con un nulla di fatto, in gran parte a causa delle resistenze di Stati Uniti e Cina. Quest'anno ci si aspetta molto dal negoziato che si svolgerà a dicembre a Parigi. Molti governi, infatti, hanno cambiato parere sul surriscaldamento globale ed hanno preso impegni precisi per limitare le emissioni di Co2: ad esempio gli Usa hanno promesso di diminuire le emissioni complessive al 28% rispetto al 2005, il Giappone del 20% rispetto al 2013 entro il 2030, la Russia del 6-11% rispetto al 1990. La Cina, infine, si è impegnata a limitare il picco di emissioni di gas serra entro il 2030, oltre ad aumentare contemporaneamente l'uso di combustibili non fossili al 20%.

E non sono solo i governi a parlare di disinvestimento dai combustibili fossili: la banca Hsbr ha approntato un apposito pacchetto di proposte per i propri clienti, mentre molte compagnie petrolifere (Eni, Total, Bp, Shell) premono per l'introduzione di una tassa sulle emissioni di gas serra o comunque misure analoghe. Al G7 gli obiettivi indicati sono la riduzione delle emissioni dall 40% al 70% entro il 2050 e di impedire che la temperatura globale aumenti di più di 2 gradi. Vi è una maggiore consapevolezza globale e si sono superate in parte le resistenze di Usa, Canada e Giappone, ma il cambio di tendenza è solo agli inizi. Secondo gli esperti, inoltre, le misure prese finora non bastano. Gli impegni attuali sono solo il 5% di quelli che è necessario mettere in pratica subito, già entro il 2020. Per ridurre le emissioni nel 2050 bisogna cominciare subito. Se non vengono attuati i piani di riduzione, infatti, la media del surriscaldamento globale sarà nel 2050 di ben 4 gradi, fatto che porterebbe a conseguenze catastrofiche. L'acqua disponibile del Mediterraneo si ridurrebbe del 30-50%, mentre la resa agricola in Africa subirebbe una flessione  del 15-35%. Infine, passerebbe da 7 a 300 milioni il numero di persone coinvolte dagli effetti dell'aumento della temperatura (inondazioni, siccità, clima impazzito, ecc).

Bisogna quindi che la riduzione delle emissioni sia più alta (e rispetto ai valori del 1990, più bassi rispetto a quelli del 2010) e soprattutto evitare contraddizioni, come le trivellazioni americane nell'Artico ed italiane nel Mar Adriatico. E soprattutto bisogna fare i conti con gli interessi in gioco: si tratta di un patrimonio di 28 mila miliardi di dollari, cioè il valore delle riserve di gas, petrolio e carbone. Equivalente a quasi l'intero Pil annuale dei paesi G7, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Nature, l'80% delle riserve di carbone, 1/3 di quelle di petrolio ed il 50% di quelle di gas non dovranno mai essere estratte. L'alternativa è quella di sforare il tetto di 2 gradi. Ecco perché alcune compagnie spingono per una tassa sulle emissioni: si tratta di un modo per salvare le riserve e di conseguenza il valore delle proprie azioni in Borsa.

D'altro canto, lobby americane come Exxon e Chevron non ci stanno e sono già al lavoro per frenare il piano di riduzione delle emissioni, lasciando capire di essere pronti ad una resistenza ad oltranza per difendere i propri interessi. Si profila uno scontro durissimo, in cui i politici dovranno avere il coraggio di andare contro le compagnie petrolifere, altrimenti gli impegni presi saranno soltanto parole. Il terreno di scontro sarà Parigi e, soprattutto, il Congresso americano, che, a maggioranza repubblicana, difficilmente potrebbe accettare un trattato vincolante. Secondo le indiscrezioni, tuttavia, il presidente Obama potrebbe aggirare il Congresso, varando le eventuali decisioni di Parigi come atti presidenziali.

Fonte:  Serena Marchini   
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