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Nuovo Articolo Un unico mercato comune sulle sponde dell'Atlantico? Le resistenze rimangono
Categorie in cui questo articolo è presente :   Economia e Politica            

28 Gennaio 2016

I TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partership) è un accordo commerciale (anzi, "l'accordo" commerciale) di libero scambio che andrà a creare un solo grande mercato su entrambe le sponde dell'Atlantico. In corso di negoziazione tra gli Stati Uniti e l'Unione Europea, mira a rafforzare tra l'altro i legami tra i Paesi NATO, sfidati da l'IS, dalla Cina e dalla Russia di Putin. Tuttavia, il suo ambito è soprattutto economico, dato che unirebbe 800 milioni di cittadini-consumatori, rappresentanti il 60% del PIL mondiale. In realtà, tra UE e Stati Uniti esistono già ridotte barriere doganali, ma il vero  problema sono gli ostacoli non tariffari, che spesso nascondono forme occulte di protezionismo a favore di lobby statunitensi di agricoltori, produttori alimentari o allevatori. Ne hanno fatto le spese molti alimenti made in Italy colpiti da controlli pseudo sanitari o da verifiche assurde. Ma anche dall'altra parte dell'oceano gli esempi non mancano.

L'idea che sta alla base dell'istituzione di un mercato unico transatlantico è che tutti possano guadagnarci, consumatori e imprese anche se la stessa Commissione Europea valuta che con questo accordo il Pil europeo aumenterebbe solo dello 0,5%. Se queste sono le stime provenienti da una parte contraente e favorevole al TTIP , forse è meglio andarci cauti. Anche perché il TTIP ha molti avversari, sia dall'una che dall'altra parte dell'Atlantico, molti di più di quanti ne avesse l'analogo TPP (Trans-Pacific Partnership) tra Usa e le maggiori economie  dell'Asia-Pacifico, Cina esclusa. Le resistenze più forti provengono dall'Europa. Tanto per fare un esempio, il 10 ottobre sono stati centomila i manifestanti che sono scesi in piazza a Berlino per protestare contro il trattato. Le motivazioni principali sono due: la segretezza delle trattative e la clausola ISDS (Investor to State Dispute Settlement). Quest'ultima è una procedura di arbitrato a cui può ricorrere un investitore nel caso ritenga che le decisioni di uno Stato ledano i suoi legittimi interessi. Tuttavia, poiché sono soprattutto le grandi multinazionali ad avere i mezzi per ricorrere all'arbitrato, questa clausola potrebbe diventare un'arma di ricatto nei confronti degli Stati.

Data l'ampiezza delle proteste qualche passo è stato fatto: ad esempio, l'Italia ha reso pubblico il mandato dei negoziatori; le liberalizzazioni degli OGM e dei servizi audiovisivi sono state depennate dall'ordine del giorno e la Commissione Europea ha promesso che terrà conto delle richieste dell'opinione pubblica. I testi-chiave del negoziato dovrebbero essere pubblicati e si ipotizza di assegnare le decisioni riguardanti l'ISDS ad un tribunale vero e proprio, con giudici di primo e secondo grado e dibattimenti pubblici invece che ad un collegio arbitrale privato come si era prospettato in precedenza. Tuttavia, negli USA l'opposizione che il TTIP sta suscitando in Europa sta facendo capire agli americani di essere visti dagli europei come meno avanzati in termini di diritti sindacali e protezione dell'ambiente. Uno studio di Iana Dreyer, autorevole tink tank palesemente liberista, collega questa opposizione all'invecchiamento demografico: più un Paese è vecchio e più le liberalizzazioni sono viste come una minaccia. Tuttavia, il timore che il trattato abbassi il livello dei diritti e delle protezioni esistenti (la stessa motivazione per cui molti americani si erano opposti al TPP) sembra più una preoccupazione delle giovani generazioni.

Fonte:  Serena Marchini   
Tags in cui l'articolo è presente :    mercato            
    
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